Testi fondatori della geopoetica

1.

 

Abito una vecchia casa in pietra – granito e scisto – sulla costa settentrionale della penisola armoricana. La casa consiste in tre costruzioni. In quella che un tempo era stata, in basso, la stalla, e in alto, il fienile, è installata da dieci anni quella che mi piace chiamare l’officina atlantica, o l’officina geopoetica. È lì che sviluppo le mie meditazioni, è lì che elaboro i miei metodi.

 

Ho sentito il bisogno di piantare le tende in un luogo, e di parlare di come lo si abita, prima di parlare di un’opera.

 

In un saggio intitolato “L’ecologia degli atti”, Abraham Moles parla della necessità di una nuova antropologia dello spazio.

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È stato Roger Caillois a paragonare, un giorno, l’eccesso di riflessività della filosofia, così com’è praticata per la maggior parte del tempo, all’avvolgersi su se stesse delle zanne del mammut: sintomo di fine percorso, della mancanza di un reale campo di forze. È spesso l’impressione che si può ricavare leggendo un gran numero di testi filosofici, ed è senz’altro per questo che, in questi ultimi tempi, tanti apprendisti filosofi si sono orientati verso l’etnologia, la sociologia, persino verso l’intervento mediatico. Ma all’interno del lavoro filosofico propriamente detto, si sono verificati, a partire dalla fine del XIX secolo e nel corso del XX, spostamenti, cambiamenti di luogo, trasformazioni topologiche che sono ben più fondamentali ed interessanti.

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Per una mente lucida e dotata di senso del possibile, sono rare le epoche della storia umana che siano state davvero soddisfacenti, ancora meno le gioiose. Il sentimento generale, la sensazione generale che si può avere della nostra, in questa fine del XX secolo, è quella di un nulla – un nulla pieno di rumore e di furia, di discorsi moraleggianti, di statistiche sociologiche, di quantità di pseudocultura, di sentimentalismo sdolcinato, il tutto su uno sfondo di tedio esistenziale.

 

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Nell’ambito scientifico, le Considerazioni cosmologiche di Einstein (1917) segnano una tappa importante: sono un tentativo di  pensare il cosmo, anziché, semplicemente (metodicamente), di pesare la materia e di misurare le cose. Ma, anziché commentare quel trattato, preferisco, nel contesto di cui ci occupiamo, immergermi nel fondo psicologico del uomo Einstein, individuando nella sua corrispondenza (in particolare, con Max Born) certe frasi che evidenziano una problematica intima, un interrogarsi esistenziale e uno spazio di pensiero (e di esistenza) al di là della “ricerca”.

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